mag 16 2009
Editoria
L’Associazione Culturale Mojoca ha intrapreso nel 2007 un’ attività di ricerca storica e di studio sull’arte di strada affidata al giornalista Bartolomeo Ruggiero.
I risultati di tale ricerca sono stati pubblicati nel libro “ARTE e ARTISTI DI STRADA NEL CILENTO – Riflessioni storiche sullo spettacolo itinerante” edito dalla Casa Editrice Centro Studi Cilentani.
Il lavoro finale è stato presentato in occasione della “Serata Mojoca 2007″ all’ Hard Wine Cafe di Moio della Civitella.
“[...] Il gusto dell’esibizione all’aperto, che lasci spazio all’improvvisazione e ad una spontanea vitalità, è da sempre nelle corde del territorio campano. E in questo contesto l’arte del teatro, nella sua più ampia accezione, è forse la disciplina principe tra quelle che si possono definire, forse alquanto genericamente, “arti di strada”. Nel senso che le assomma un po’ tutte: c’è in esso la mimica e la recitazione, la poesia, il canto, il movimento, c’è un’intera rappresentazione della vita.
Ebbene proprio in queste terre prese corpo un primitivo tipo di spettacolo teatrale, dal carattere giocoso e licenzioso, che non è azzardato avvicinare alle moderne esibizioni di teatro di strada. Le fonti antiche ne collocano i natali ad Atella, nell’agro casertano, un’antica città che all’epoca, parliamo del IV secolo a.C., era abitata da tribù osco-sannitiche. Da qui, come ci racconta lo storico Tito Livio, questo genere teatrale, appunto definito “Atellana”, arrivò nel III a.C. anche a Roma.
Ma di certo, questa forma di spettacolo molto legata all’improvvisazione, che si affidava all’uso delle maschere, dal carattere popolare e farsesco, con compagnie itineranti che si spostavano su carri che spesso diventavano un palco improvvisato su cui esibirsi, ebbe diffusione anche nei territori a cui qui ci si riferisce. Dove, tra Paestum e Velia, in un ambiente di cultura magno-greca, dovette fondersi e confondersi con la tradizione della cosiddetta “farsa fliacica”. Un genere teatrale, diffusosi tra Magna Grecia e Sicilia sin dalla fine del V secolo a.C., in cui gli attori erano noti col nome di phlyakes (forse da connettere all’aggettivo greco antico phlyaros = chiacchierone, buffone). Della farsa fliacica, sorta di commedia popolare, in gran parte improvvisata, in cui gli attori-mimi erano provvisti di costumi e maschere caricaturali e che fu fissata in forma letteraria da Rintone di Siracusa, ci rimangono le raffigurazioni su vasi.
Come quelli, ritrovati a Taranto, ma anche quelli, sebbene in minor numero, rinvenuti a Paestum o provenienti da fabbriche pestane. Quanto basta per poter ritrovare in questa antica forma di esibizione e rappresentazione teatrale un gustoso antecedente dei successivi sviluppi di quella che qui si definisce arte di strada. Le immagini dipinte su alcune splendide ceramiche prodotte a Paestum e attribuite al pittore locale Asteas (uno dei pochi, all’epoca, a lasciare la firma sulle proprie opere ceramografiche, considerato un maestro della produzione italiota) ci illustrano tutto un mondo fatto di compagnie itineranti di guitti, acrobati o danzatori che con le loro esibizioni dovevano allietare il pubblico delle antiche comunità del posto.
Su alcuni vasi appaiono particolari raffigurazioni di attori fliacici dal costume fallico e dall’aspetto marcatamente caricaturale, che ci danno idea della proposizione di queste scene che ridicolizzavano episodi mitici o di vita quotidiana, arricchite dalle evoluzioni di acrobati e contorsionisti, danzatori, personaggi grotteschi, come il nano o il gobbo, destinati a suscitare con la loro deformità l’ilarità degli astanti. Ne è un esempio un cratere[1] ritrovato nel corredo di una tomba rinvenuta a Pontecagnano e databile al 360-350 a.C. Fu dipinto, come era tipico della scuola di Paestum, con la tecnica a figure rosse da Asteas e riporta sulla faccia principale una di queste scene fliaciche con attori in maschera dai tipici tratti caricaturali.
Esempio ulteriore è offerto da un altro cratere, datato al 350 a.C. circa, conservato al Museo Archeologico di Lipari, ma sempre attribuito ad Asteas e alla fabbrica pestana, raffigurante Dioniso e due attori che assistono all’esibizione di un acrobata “
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[1] Cratere è definito il tipo di vaso in cui venivano mescolati acqua e vino e che costituiva un oggetto simbolo del simposio in età classica. Il cratere citato apparteneva alla tomba 1183 scoperta in via Sicilia a Pontecagnano.

















